2028, la Terra sta vivendo un periodo di forte crisi energetica, i blackout sono all’ordine del giorno.
L’Agenzia spaziale internazionale decide di inviare in missione, a bordo della stazione spaziale orbitante Cloverfield, un gruppo di ricercatori per testare l’acceleratore di particelle Shepard, ultima speranza per creare una fonte di energia inesauribile per tutti.
L’attivazione dell’acceleratore riuscirà a risollevare le sorti del pianeta oppure, come hanno teorizzato alcuni teorici del complotto, scatenerà orrori provenienti da un altra dimensione?

Terzo capitolo della serie di film Cloverfield, nata nel 2008 con l’omonima pellicola diretta da Matt Reeves, prodotta da J.J. Abrams, la mente dietro la serie tv cult Lost e responsabile dei rilanci cinematografici di Star Trek e Star Wars.
La pellicola è stata distribuita direttamente sulla piattaforma di streaming Netflix dopo un annuncio a sorpresa durante il cinquantaduesimo Super Bowl, l’accordo per i diritti di distribuzione è valso alla Paramount Pictures ben cinquanta milioni di dollari.
Il film è stato diretto dal nigeriano naturalizzato americano Julius Onah, regista con all’attivo un solo lungometraggio e alcuni corti, portando avanti la politica del franchise volta a dare spazio e visibilità a nuovi autori.
L’opera, così come il precedente 10 Cloverfield Lane, nasce come progetto a se stante, un film di fantascienza chiamato God Particle sviluppato dallo sceneggiatore Oren Uziel (22 Jump Street, Scherzi della natura, Shimmer Lake).
La sceneggiatura, dopo una lunga gestazione iniziata nel 2012, è stata acquistata dalla Bad Robot Productions di Abrams che, coadiuvato da Doug Jung (Confidence – La truffa perfetta, Star Trek Beyond e la serie tv Banshee – La città del male), ha provveduto ad apportare le modifiche necessarie per inserirlo nell’universo narrativo di Cloverfield.

The Cloverfield Paradox porta avanti la natura antologica della serie, un’alternanza di generi in film completamente diversi l’uno dall’altro (il primo kaiju movie girato con la handycam, il secondo thriller claustrofobico ambientato in un bunker), ma collegati allo stesso universo narrativo da piccoli riferimenti inseriti in ogni episodio e in alcuni contenuti on-line di marketing virale.
Qui siamo nel territorio di quella fantascienza che si rifà ad un’estetica spaziale verosimile (quella di opere recenti come Gravity, Interstellar e Sopravvissuto – The Martian), di un futuro molto prossimo al nostro, con alcuni momenti di suspense vicini al thriller, che spesso sfiorano l’horror.
L’idea di partenza interessante viene in seguito rovinata da uno svolgimento e da personaggi insipidi; difficile affezionarsi o provare un minimo di preoccupazione per loro, anche per la piagnucolosa protagonista Ava (Gugu Mbatha-Raw), sprecato il talento di Daniel Brühl (Good Bye, Lenin!, Bastardi senza gloria, Rush).
A volte il film sembra voler prendere la strada del body horror (genere incentrato sulla degenerazione del corpo, sulle malattie e le mutazioni) per poi deludere le aspettative; a volte inserisce alcune battute, attraverso il personaggio Mundy (Chris O’Dowd), che male si sposano col contesto drammatico della vicenda.

Sicuramente il capitolo meno riuscito della saga e un film di fantascienza con buone idee ma sviluppate in modo poco incisivo.
Deludente, soprattutto dopo la bella sorpresa del secondo episodio, consigliato solo ai curiosi a cui interessa scoprire il nuovo pezzo del puzzle dell’universo di Cloverfield.

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