Io e la fotografia abbiamo un rapporto strano. Non mi è mai interessato più di tanto fotografare a meno che non ce ne fosse una necessità oggettiva. Prima, nei miei vent’anni, non ne sentivo mai l’esigenza. Poi.

Poi ho preso in mano una reflex, mi sono detto: “Imparo”. Dovevo farlo, per forza di cose, per non dimenticare più cose indimenticabili. Troppe. Ogni volta che percorrevo i viali di Parma, con le luci degli stradoni, l’Oltretorrente, i profumi etnici dei quartieri meno nobili e più vissuti, io non potevo dimenticare.

È stata questa l’esigenza che mi ha spinto a farlo. Dicevo: “Adesso prendo in mano l’obiettivo e scatto, scatto, scatto”. Ho ritrovato ponti su fiumi che non esistono più, facce che stanno adesso dall’altra parte dell’Italia e del mondo. Attimi bellissimi, che non torneranno più, ognuno con la propria intima sfumatura di luce, con propri rapporti geometrici con l’ambiente, le stanze, le cornici degli alberi e dei giardini.

Ho cercato di fermare ogni volto e ogni movimento in un attimo. Non è semplice, vuol dire conoscere tutto quello che è stato prima di quell’istante e prevedere movimenti improvvisi o variazioni di colore e di nubi. Talvolta l’assenza di colore è necessaria, serve a definire meglio i lineamenti di un volto o la prospettiva di una casa, talvolta il contrasto indica meglio il passaggio del tempo sopra le gote rosse di un anziano e sulle mani nodose di un contadino.

Mi piace fotografare i sorrisi, gli attori, le cose che profumano di leggerezza e libertà, le estensioni comunicative degli oggetti, il loro rapporto con le persone. A volte vorrei saper catturare i sospiri, quelli di contentezza e quelli di ansia, gli sguardi che assommano a sé i pensieri di una giornata stanca, la quiete e la sublimazione dell’arte.

Si tratta di tecnica? Forse, anche di intuito, di leggi non scritte, come quelle dei dipinti dove i colori e i movimenti lasciano spazio alla creatività, dal dagherrotipo in poi, in toni seppia o ruvidi come la grana delle pellicole primigenie di un mondo di cellulosa e camere oscure.

Fotografare significa, per me, interpretare un momento, una luce, uno spazio e tutto quello che vi sta attorno, ma soprattutto la luce, quella che si augura, buona, a tutti. Come un sorriso del mondo, e forse anche qualcosa di più.

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