Tra poche ore entriamo nel nuovo anno. E io aspetto con inquietudine di poter essere già almeno in estate per poter trarre un primo bilancio. Di cosa? Della musica che è uscita nel 2018, delle attese costantemente bruciate e delle sorprese che non mancano mai.

Quello che sarà il mio 2018 lo immagino già come un maggiore avvicinamento ai suoni del mondo che ancora non conosco, l’Africa, il Nord Europa, la classica e il jazz, ma anche l’elettronica e la ambient, generi che ho iniziato ad amare soltanto da poco e che, facendo i conti oggi che finisce l’anno, hanno avuto una parte importante nella mia ultima formazione e nei gusti che ne sono derivati. Quello che ho imparato nel 2017 è che lasciarsi influenzare dal maggior numero di generi possibili è bellissimo, perché si può praticamente viaggiare dai deserti africani sino all’immaterialità dei sintetizzatori senza dover discriminare nessun artista o nessun disco. Il 2018 sarà l’anno dell’immaginazione di un mondo nuovo, spirituale e reale, con i suoi ritmi e la sua poesia e tanti ascolti a notte fonda, come da sempre accade.

Devo essere sincero, ogni anno provo a fare una sorta di classifica di ciò che mi è piaciuto. Quest’anno sarebbe molto complicato, così ho pensato di mettere in ordine sparso 40 dischi che hanno contrassegnato gli scorsi 12 mesi e che mi porterò dietro come una valigia ovunque mi senta in procinto di viaggiare, con la mente e col cuore. Poi ci sono 10 album che rappresentano la mia top 10, quelli che ho ascoltato di più e che, al comodo nella mia stanza, ho “accarezzato” più di altri, assaggiandone per bene il sapore nell’estate più torrida degli ultimi anni.

10. Paramore: After Laughter.

Ho seguito dagli inizi la carriera della band di Hayley Williams. Lei ha una voce meravigliosa, molto spesso sacrificata ed esaltata dai ritmi giovanili dei primi dischi dei Paramore. After Laughter è un album più maturo e dove i testi e la voce, ma anche la musica, sono decisamente felici di essere diventati “maggiorenni”, discograficamente parlando. Questo può sicuramente sconcertare i fan della prima ora, ma ne ha potuto sicuramente avvicinare di nuovi. 26 è una ballad che mette a lucido la voce della Williams, Hard Times ha una presa davvero efficace sin dal primo ascolto e Fake Happy, variando da un arpeggio di chitarra a ritmi smaccatamente pop è un gioiello conservato a lungo sotto la carriera pseudo emo degli esordi. Un disco che non si dimentica. Provare per credere.

9. Krakow Loves Adana: Call Yourself New. Terzo album per la band tedesca, alle prese con dei brani introspettivi e dolcissimi ma anche decisamente pop. L’incipit di Darkness Falls sprigiona ovunque ricordi sopiti e ritornati a galla, False Alarm prosegue la strada aprendo ad una vena melanconica ma assolutamente non depressiva. Deniz Cicek ha una voce che arriva dagli anni ’80, in cui, nei primi vagiti, la new wave abbassava la testa e macinava cuori spezzati. Un disco come Call Yourself New è di una bellezza atavica, da ascoltare quando è sera e i ricordi diventano come demoni pronti a tenerci svegli per farci ricordare il nostro futuro anteriore.

Krakow Loves Adana

8. Feist: Pleasure. Che dire di Leslie Feist? Delle sue capacità da songwriter ne abbiamo avuto sentore sin dai primi passi e adesso che di anni ne sono passati abbastanza, sei di distanza dall’ultimo Metals (bellissimo, tra l’altro), il ritorno è sicuramente ben accolto dai fan e anche da chi non aveva ancora avuto modo di incontrare le tracce vocali di derivazione punk ma qui più decisamente cresciute e mature. È semplicemente la voce a lasciare un buon sapore di tutti brani che compongono il disco, dalla malinconica I Wish I Didn’t Miss You alla nostalgica Lost Dreams cui fa da contraltare Any Party, che incede in una mesta felicità senza dimenticare la tenerezza, ben diversamente da quanto accade con Century, più tagliente e dai ritmi urbani sostenuti. Dopo la blueseggiante I’m Not Running Away, si chiude con una semplice entrata jazzistica Young Up, in cui la voce di Feist diventa sognante e magnifica per un ascolto direi quasi necessario.

7. Bonobo: Migrations. 12 brani per 1 ora e 2 minuti di ascolto. Un disco di musica elettronica con suoni rassicuranti, che arrivano dal mondo e che riportano ad una dimensione più totalizzante di quelli che sono i passi avanti fatti verso una digitalizzazione dell’esperienza visiva ed una sintesi delle caotiche trasformazioni umane, delle rotte, dei viaggi e degli spostamenti che muovono le comunità. Strumenti e ritmi tribali concorrono all’unisono verso la definizione di un nuovo modo di produrre musica, mentre brani come Second Sun riassumono tutta la bellezza e la meraviglia di poter ancora suonare con una calma lieta in un mondo vorticoso e digitalizzato. Simon Green ha raccontato il mondo visto con i propri occhi e ce lo ha fatto ascoltare. Commovente.

6. Wakataar & Zoe: World Of Trouble. Chi si ricorda gli Ours? Io ho passato i pomeriggi della mia tardo-adolescenza ad ascoltare la voce di Jimmy Gnecco nei primi due dischi della band statunitense. Era qualcosa di difficilmente spiegabile, ti rapiva, ti coinvolgeva in un turbine di emozioni e di fallimenti sonori. Gli Ours in effetti sono stati questo, non sono riusciti ad andare oltre i primi due bellissimi dischi ed hanno fallito la loro missione di salvare il mondo. Quest’anno però la figlia di Jimmy, Zoe ha pubblicato un disco assieme a Pâl Wakataar degli A-Ha ed ha portato avanti l’eredità del padre, in un album pop delizioso, bello dall’inizio sino alla conclusiva The Sequoia Has Fallen, un gioiello di produzione e arrangiamento che fa intenerire il cuore. Con la pace di Jimmy, che deve essere orgoglioso della prova della figlia: un disco semplicemente sorprendente.

5. Big Moon: Love In The 4th Dimension. Primo disco per la band femminile londinese nata tre anni fa, che ha debuttato dopo l’interessante EP The Road e ha concluso l’anno con un altro mini album acustico. Le loro origini non tradiscono l’ascolto, ci sono reminiscenze dei Vaccines e dei Maccabes, band con cui la band è stata in tour e rappresentano in un certo senso la nuova leva britannica dell’indie rock. I brani sono tutti molto interessanti e divertenti, ben prodotti, a tratti ruvidi ma comunque coerenti con l’intera “scatola” in cui sono racchiusi. Happy New Year è un bel ciclone da far vorticare in casa, a volume elevato, possibilmente.

Big Moon

4. Algiers: The Underside of Power. Questa band americana è una delle più interessanti che io abbia ascoltato negli ultimi anni. Impossibile definirla con precisione, sia per la direzione totalmente spiazzante che prende con i primi dischi che per le riserve sonore in cui cerca di entrare e di sconvolgere ogni cosa. Si parla comunque di “dystopian soul” per quello che significa, con la voce di Franklin James Fisher che esplora con un tenore cupo e metropolitano gran parte della tradizione musicale americana. Per questo disco arriva a dar man forte alla band di Atlanta anche Matt Tong, dopo la sua uscita da icona all’interno di uno dei miei gruppi preferiti: i Bloc Party. Ascoltando Cry Of martyrs si arriva a capire come gli Algiers vedano e ascoltino il mondo, filtrando gospel attraverso ritmi oscuri e sincopati in cui tutto sembra rinchiuso in un tubo di cemento da cui è impossibile uscire. E la claustrofobia continua nella più “solare” title track fino a sprofondare nella cupissima e funerea Bury Me Standing che lascia il posto alla conclusiva The Cycle in cui le doti vocali di Franklin hanno il sopravvento chiudendo il disco attraverso tormenti e meraviglie di un mondo ancora sconosciuto.

Algiers

3. Wolf Alice: Visions Of A Life. Parliamoci chiaro, io adoro la voce di Ellie Rowsell, e questo mi fa propendere comunque per una buonissima recensione amplia anche quattro cartelle del nuovo disco dei Wolf Alice. Mi aspettavo un degno successore di My Love Is Cool, su cui ho sbrodolato sin dall’uscita, e mi sono ritrovato non solo un suono molto più definito, ma più energico dove e quando serve e una creatività davvero apprezzabile per una band così giovane. Sono rimasto anche piacevolmente spiazzato dall’uscita di Yuk Foo come primo singolo, non mi sarei mai aspettato che sarebbero seguite delle tracce più spaziali e quasi commoventi come Planet Hunter e After The Zero Hour. Ma è la conclusiva title track a dare conto di quanto questa band sia cresciuta, musicalmente e umanamente come ensemble di un genere oggi dai confini molto labili. I passaggi di batteria di Joel Ameny definiscono che i Wolf Alice sono una rock band che ha ancora molto da dire. Riascoltarli in questa seconda prova è sempre un piacere.

2. St. Vincent — Masseduction. L’ecletticità di Annie Clark sembra non essere destinata ad avere confini. Ogni disco è un banco di prova, ogni canzone è un modo per offrire il lato più artistico di sé, e di rendere in musica e parole cosa realmente ne è dell’incontro tra realtà ed immaginazione. In un mondo fantastico, St.Vincent sarebbe comunque limitata con la propria musica, ma incanterebbe i cuori con una ballad nostalgica come New York o li farebbe sobbalzare in un crescendo di elettricità ed emozioni come in Los Ageless o in un crescendo di vocalizzi come in Young Lover, per chiudere poi il cerchio con una Slow Disco da lacrimuccia sulla guancia. Brava Annie Clark, brava e basta.

1. London Grammar — Truth Is A Beautiful Thing. La band di Hannah Reid torna dopo 4 anni con un album delizioso, che si apre con la bellissima Rooting For You, commovente e che esalta al meglio le doti vocali della cantante britannica. Ogni brano è sostenuto dalle note della voce della Reid, etereo ma umano nella sua costruzione che appare sempre a cavallo tra elettronica, trip hop e pop (Wild Eyes è un gioiello di costruzione musicale). A tale proposito Everyone Else potrebbe essere stato benissimo scelto, ma non lo è stato, come singolo per il nuovo album, un brano in cui l’estensione vocale di Hannah raggiunge vette altissime e con una purezza davvero unica. Meraviglioso.

40 dischi da riascoltare:

Paramore — After Laughter
XX — I See You
The Molochs — America Velvet Glory
Julie Byrne — Not Ever Happiness
Anoice — Remmings
Bonobo — Migrations
Jens Lekman — Life Will See You Now
Roadkill Ghost Choir — False Youth Etcetera
Waaktar & Zoe — World Of Trouble
Miles Okazaki — Trickster
The Big Moon — Love In The 4th Dimension
Krakow Loves Adana — Call Yourself Now
Kendrick Lamar — DAMN.
Sampha — Process
Moover — Tabiat
Black Mood Swings — Volcano Heat
Feist — Pleasure
Bayou Side — Unbound
Fazerdaze — Morningside
Daddy Issues — Deep Dream
Marika Hackman — I’m Not Your Man
London Grammar — Truth Is A Beautiful Thing
Lorde — Melodrama
Algiers — Underside Of Power
The Dears — Times Infinity Vol.2
Sweet Apple — Swing The Night In Sorrow
The Cribs — 24–7 Rock S**t
Baby In Vain — More Nothing
Anna Vinnitskaya — Piano Concerto N°2 Paganini Rhapsody
Akira Kosemura — In The Dark Woods
Wolf Alice — Visions Of A Life
St. Vincent — Masseduction
Beck — Colours
Jupiter & Okwess — Kin Sonic
Andrea Cubeddu — Jumpin Up And Down
K. Flay — Everywhere Is Somewhere
Noel Gallagher’s High Flying Birds — Who Built The Moon?
Fort Atlantic — Shadow Shaker Vol.1
Jim James — Tribute To 2
Autobahn — The Moral Crossing

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