È il 1982.
Tutti pensano ai mondiali di Spagna, alla vittoria dell’Italia per 3 a 1 nell’eterna sfida calcistica contro la Germania.
Ma se qualcuno mi chiede del 1982, io rispondo “Pornography” dei miei amatissimi Cure.
Lasciati alle spalle gli esordi post punk, Robert Smith intinge la penna nel “no future” della tatcheriana Gran Bretagna e porta i suoni della sua chitarra elettrica negli abissi dopo gli altrettanto splendidi “Seventeen seconds” (1980), rarefatto nella sua ricerca di ritmi impossibili da ballare, e “Faith” (1981), funereo e scolpito nel marmo.

Abissi vorticosi, non statici, dove la luce fa fatica ad arrivare, ma Robert Smith sa che c’è e non mancherà di cercarla negli anni successivi.
Qualcuno ha definito “Pornography” capolavoro del gothic rock, o meglio della dark wave, come veniva definito in Italia il genere preferito di chi amava vestirsi di nero e viola, e senz’altro lo è, è la miglior colonna sonora per la fine del mondo che si possa desiderare.
Limitarsi al gothic rock per quanto riguarda i Cure, però, è ampiamente riduttivo e lo si sente anche qui, in “Pornography”, le cui otto tracce, dalla potenza e cupezza che fanno tremare i polsi, trasudano la più oscura psichedelia e uno smodato utilizzo di sostanze psicotrope da parte del terzetto.
Della chitarra di Robert Smith si è accennato: tonnellate di flanger e chorus come effetti preferiti e le note più disperate da cogliere, in un mood scheletrico e dolente che non ha eguali.

La voce di Robert Smith scandaglia i recessi dell’animo umano e certifica l’inutilità e l’assurdità dell’esistenza, cantando di cure che non si trovano in ogni riga dei testi di questo album, sospesi fra il desiderio di annullamento nell’amore (“Cold”, dalla struttura che più gotica non si può), nella morte (“Siamese Twins”, la perfetta ballata dark) e nella rabbia (“One hundred years”, dai ritmi tanto elettronici quanto ipnotici e danzerecci), e improvvisi squarci di luce come in “A strange day”, che racchiude i migliori anni ’80 in pochi minuti di entusiasmanti chiaroscuri, e in “A short term effect”.
Ma questo disco non sarebbe quello che è senza il contributo della batteria, a volte tribale (“The hanging garden”), sempre metronomica (“The figurehead”), di Lol Tolhurst e, soprattutto, dell’incredibile, per potenza e profondità, basso martoriato da Simon Gallup, che marchia a fuoco l’intero disco e lo mantiene ben ancorato al suono preferito di chi frequentava la scena goth ad inizio anni ’80 in Inghilterra.

Perché se di emozioni si parla, qui davvero non mancano, anche se sono celate sotto una coltre di ghiaccio impenetrabile.
Ed è una penna senza speranza quella di Robert Smith in tutte le otto tracce del disco, che si aprono con il nichilismo di “One hundred years”, trafitta da una chitarra lancinante, e si chiudono con l’affresco di follia e insanita’ mentale di “Pornography”, uno degli oggetti sonori più sonici e demoniaci mai partoriti dalla band.
“I must fight this sickness, find a cure…”: su queste parole si chiude un disco destinato a lasciare un segno indelebile.
E la cura Robert Smith poi la troverà negli anni a venire, nella musica naturalmente, che ha salvato la vita di milioni di persone, compresa la mia.
Gianluca Uberti

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  • Sacrestano
    Posted 24 Luglio 2018 at 5:01 pm 0Likes

    Extraordinaire recension

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