Ci sono storie che vanno raccontate e una di queste riguarda una mostra e dei monti. La mostra è di un artista sloveno che sta esponendo nelle principali capitali europee: il fotografo Primoz Bizjak. Uno che lavora ancora con mezzi antichi, scatta foto analogiche, ha tempi lunghissimi di ideazione, preparazione e realizzazione e scelta di una immagine. Uno che, fotografando spazi abbandonati, palazzi in disarmo, vecchie insegne che guardano sul vuoto di città deserte o territori dove è passata una guerra, fa avvertire tutto questo solo attraverso l’emozione che l’immagine trasmette.
Attraverso il vuoto, l’assenza di ogni elemento umano. Paesaggi e luoghi descritti solo dopo che prorio l’elemento umano ha creato quella modificazione, quella desolante, inquieta, sensazione di abbandonata mutazione. Primoz Bizjak, che siano Madrid, Sarajevo o le Apuane lavora su come l’uomo modifichi spazi, paesaggi e territori e su cosa resta dopo il suo passaggio. E si dà il caso che ci siano monti, le Apuane, che questo vivono e sperimentano ogni giorno drammaticamente. Sempre più velocemente. Da una parte l’ artista che lavora con metodi antichi, che si prende tempo per fissare le immagini di paesaggi realizzati in migliaia e migliaia di anni e dall’altra la natura, le Apuane che questo tempo non hanno più perché altri questo non lo permettono più . Non lo permettono svuotando e sventrando le montagne a una velocità per cui il Tempo ormai si conta con la velocità della luce.
Accade quindi che ti trovi davanti alle opere di enorme formato di Primoz Bizjak esposte in Italia, dopo esserlo state a Berlino, nella mostra “Alpi Apuane” al Cap di Carrara e realizzi che, queste, di tutto parlano, in realtà, meno che di Apuane. Accade che quello che vedi diventa archetipo di come noi stiamo intendendo il nostro mondo, di cosa ne stiamo decidendo, scelleratamente, di fare. Uno straordinario momento di riflessione. Sono poche le opere in mostra, sette. Non serve la quantità, racconta l’Artista. Serve la qualità della riflessione che permettono. Non ci sono paesaggi, niente delle creste apuane che si illuminano di rosa al tramonto mentre sullo sfondo, come nessun luogo al mondo puoi vedere cielo e mare. Vedere questi elementi che si confondono mentre a volte,da lassù ,in certe giornate, non sai più dove finisca l’uno e inizi l’azzurro altro. Le “Alpi Apuane “ in mostra sono cave abbandonate, montagne scavate e accantonate l’una sull’altra come pezzi di Lego. Sono acque stagnanti vicino ad un paesaggio sventrato, antri simili a palazzi della 5 Avenue dentro caverne tirate a specchio e svuotate.

Bizjak non esprime un giudizio. Descrive, seleziona, sceglie cosa e dove fermare in una immagine il passaggio dell’uomo. Il resto dobbiamo metterlo noi. Noi fermarci, prendendoci del tempo di fronte a queste opere. Noi, passato lo stupore di tanta perfezione, chiederci cosa sentiamo. Cosa vogliamo che resti nella Natura, nel mondo che incautamente ci appartiene dopo il nostro “passaggio”. Questo è il senso profondo dell’opera silenziosa e potente di quest’artista. Opera che si potrebbe liquidare solo nella veloce rappresentazione estetica di qualcosa di perfetto e tecnicamente grandioso, mentre cosi non è. Davanti a questa,invece, si riflette su quanto introduciamo noi di necessario o di violento nel Mondo che ci circonda. Al fatto che cio’ che vediamo non ha niente di “naturale” ma è sempre il prodotto di una attività con una accelerazione spaventosa negli ultimi anni.
Si sventrano quelle montagne non certo per ottenere blocchi, lastre o materiale per l’arte e per gli artisti, ma per produrre con una industrializzazione sempre più tragica e sempre più velocemente polvere, carbonato di calcio, qualcosa che finisce nei nostri dentifrici o nella pasta che mangiamo. Insomma ascolto Primoz che descrive le sue opere, e parla del Tempo. Il tempo necessario per la sua arte. Per cercare di scattare esattamente, in quel momento, quella immagine. Il Kairos (καιρός), il momento supremo, il tempo che per gli antichi greci indicava esattamente il momento giusto. Opportuno. E poi penso a Kronos, l’altro… Il Tempo che a tutti noi manca sempre,quello che scorre veloce, che non dà tregua. Quello che impietosamente usiamo per piegare ai nostri utili anche la Natura. Ottimizzandola come fosse un budget da raggiungere, un prodotto da ottimizzare e distribuire sempre piu’in fretta. Per utili senza fine che continueranno solo a demolire, velocemente.

È necessario fermarsi quindi, e tanto, davanti a queste opere. Prendersi tempo. Osservare. Quello che c’è e quello che manca. Come positivo e negativo. Come figura sfondo si direbbe in Gestalt. Guardando quello che ci appare scontato e visibile, per arrivare a scoprire e ricordare quello che manca. Fuori, nella Natura,ma anche dentro di noi e, magari, per accorgerci se poi davvero, in fondo, ci va bene cosi.
PRIMOZ BIZJAK “Alpi Apuane” Con testo critico di Simone Menegoi 21 luglio/31 Ottobre 2018 Carrara CAP Centro Arti Plastiche

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