Fuori fa freddo. Mi sono appena seduto sul divano e inizio ad ascoltare della musica, come faccio consapevolmente da circa 30 anni. Sono tanti, lo so. Ho attraversato diverse fasi della mia educazione da audiofilo sino ad arrivare a quella in cui scelgo di rigettare gli ascolti senza alta fedeltà e fatti alla rinfusa.

I concerti mi interessano fino a un certo punto, preferisco le registrazioni in studio ai live chiassosi ed imprecisi, prediligo musica liquida quando riesco a riascoltarla attraverso un DAC e un pre amplificatore valvolare. Ho 36 anni ed ho vissuto gran parte della mia vita cercando conforto nei dischi, di qualunque genere, anche se ultimamente preferisco molto di più il jazz e la ambient o le band africane.

Di una cosa sono sicuro, cioè che un buon recensore musicale non possa esimersi dall’entrare in contatto con la vita dell’artista ascoltando qualsivoglia brano o album completo e totalizzante della sua esperienza autoriale.

Quello che voglio dire è che oggi la musica si ascolta male. Di fretta, in luoghi rumorosi, senza affetto e dedizione. Si vedono delle cose orribili, scritte male, parlate peggio, in cui si cerca di dimostrare di avere un controllo casuale della realtà alternativa o mainstream del rock e della musica pop. Si cerca di dividere il contenuto da quella che è la biografia di un artista. E sarebbe un po’ come cercare di analizzare il tag Samo togliendolo dalla storia dell’uomo Jean Michel Basquiat.

Bene, io credo che per ascoltare un disco sia necessario approfondire la vita e la carriera di chi lo ha pubblicato. Leggere, informarsi, ascoltare il più possibile della precedente produzione e poi sedersi con calma a riflettere, lasciandosi coinvolgere dalle emozioni, se possibilmente, essendo consci di quello che si prova e descrivendolo senza dimenticare nulla.

Led Zeppelin
Led Zeppelin

Ci sono delle sfumature, ad esempio, nelle sessioni alla BBC degli Zeppelin che sono del tutto inascoltabili nei dischi in studio e sono decisamente belle. È qui che il talento di Page e compagni esce fuori nella sua sulfurea dinamicità e ricchezza di pathos. È il 1969, quasi 50 anni fa, i vocalizzi di Plant sono come gemiti primordiali seguiti da una band infiammata dall’intraprendenza giovanile degli altri 3 musicisti. Il palco della BBC è in fiamme, seguire il ritmo di Bonzo e di John Paul Jones è una diretta conseguenza dell’aria rarefatta ed elettrica creata da Jimmy Page. Riascoltare certi brani mi dà i brividi. È qui che il blues diventa sempre più heavy sino ad incenerirsi nella indefinibile Good Times, Bad Times, densa di sudore e di ossa scricchiolanti.

John Henry Bonam, Bonzo

Sono un fan degli Zeppelin, è vero, e mentirei se negassi di essermi innamorato di loro durante i viaggi in treno negli anni del liceo, ascoltandoli su cassetta. Adesso preferisco mettermi comodo ed ascoltare fino in fondo la precisione delle registrazioni anni ’70, prodotte direttamente da Jimmy Page. In un disco come In Through The Out Door si sente chiaramente la stanchezza della band, i ritmi di Bonzo non sono più incendiari, la band è molto più quieta rispetto a 10 anni prima. Hanno bruciato le tappe, diventando la più grande rock band mai esistita, e sono arrivati al capolinea. Bonzo aveva affondato la propria noia nell’alcol, e muore prima di poter riaffiorare ad una nuova vita, lascia il mondo a soli 32 anni, stanco di tutto e di tutti. È ancora oggi considerato il più grande batterista mai esistito nel mondo del rock, riconosciuto universalmente da chi lo ha amato ascoltandolo e da chi ha avuto il piacere di lavorare con lui.

In effetti è vero, non puoi non innamorarti dei suoi groove e della sua tecnica, i suoi passaggi sono precisi, veloci, ma anche solenni e rumorosi. Il suo era un frastuono controllato e misurato nei particolari, Bonzo aveva studiato anni per affinare la sua tecnica da autodidatta, fino ad ottenere un suono inconfondibile. Dalle registrazioni rimasterizzate pochi anni fa, la sua presenza nel suono della band è reso ancor più incisiva, in una canzone come No Quarter è proprio Bonzo a sostenere l’impalcatura di un brano sperimentale di raffinata bellezza.

Ascoltando con attenzione un pezzo divertente come D’Yer Maker si scoprono tantissime sfumature di colore nella chitarra di Page, brevi arpeggi che danno vita ad un’armonia insolita e vivace. Certe inclinazioni si scoprono forse con gli anni. Non ne sono sicuro, ma prendendo il proprio tempo, seduti davanti ad un buon impianto, si possono imparare tantissime cose, soprattutto da una buona collezione di dischi jazz, dalle registrazioni di musica classica e dalle edizioni rimasterizzate, pensate per un “nuovo ascolto” anche 60 o 70 anni dopo le prime uscite su supporti analogici.

Non si può però recensire dischi basandosi solamente sull’ascolto di un suono. Ogni brano, e di conseguenza ogni disco, hanno una genesi e un periodo storico che vanno tenuti presente. Ci sono band come gli Who e i Pink Floyd che hanno tenuto conto di ogni minima latenza o sorgente sonora e questo si può ascoltare tranquillamente nelle loro registrazioni. Pete Towshend aveva pensato molto speso ad un ascolto quadrifonico durante le sue composizioni e la registrazione di dischi come Who’s Next ne risentono appieno.

Io volevo scrivere un pezzo su come non si recensisce un disco, e alla fine mi sono ritrovato a parlare di Led Zeppelin. Ogni volta che mi immergo nel loro ascolto ne rimango rapito. Deve essere difficile essere i più grandi di tutti. Immagino il lavoro che ha dovuto fare Page per rimasterizzate tutti i dischi 3 anni fa e credo che ci sia del soprannaturale nella musica e nella sua produzione.

Non piove, ma mi lascio cullare da un brano come The Rain Song.

Parlami, parlami, parlami, parlami!
Ho sentito il freddo del mio inverno
Non avrei mai pensato che se ne sarebbe andato
Ho maledetto le tenebre
che vengono su di noi, su di noi.
Ma so che ti amo molto.

Buon ascolto a tutti!

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